Intelligenza artificiale, l’io macchina e i limiti dell’io

Intelligenza artificiale, l’io macchina e i limiti dell’io

L’umanità si è a lungo interrogata sulla effettiva computabilità della realtà.

Per computabilità della realtà si intende quel processo che a partire dal vissuto psichico di un individuo, offre all’io una traduzione dualista del mondo. Intendiamo nel seguito offrire al lettore una prospettiva inedita, che mostrerà l’inevitabile intreccio che occorre tra sintassi e semantica nell’analisi delle cose del mondo. Più nello specifico, mostreremo come la molteplicità (che useremo spesso con leggerezza come sinonimo di dualità) sia imprescindibilmente legata alla portata sintattica di ogni processo di apprendimento dell’io.

Il deep learning (o apprendimento profondo) proietta una nuova luce sui processi che regolano il funzionamento dell’io.
Nello specifico, il riconoscimento delle immagini si presta brillantemente alla nostra analisi.
La macchina, nell’azzardato tentativo di emulare gli schemi cognitivi umani, ha inconsapevolmente assecondato i paradigmi più meccanicistici dell’io (esattamente tutto e solo ciò che il cervello è chiamato a fare nel presente stato dell’essere). L’intera esperienza conoscitiva è fondata sulla sostanziale retroazione tra il proprio vissuto e gli stimoli ambientali che seguono al compimento di determinate azioni.

L’infante, di per sé stesso, è ancora unità indifferenziata.

Così la macchina prima che essa principi la propria azione di calcolo.

La memoria dell’infante è scevra da ogni ricordo.

Così la macchina è priva di memoria.

Urge sin da ora un chiarimento. Tanto la memoria neuronale dell’infante quanto quella della macchina sono oggetti privi di disponibilità semantica. Essi sono essenti al pari di altri, autonome sebbene arbitrarie partizioni del tutto. Suo malgrado, la memoria non contiene alcuna verità noetica, né in verità potrebbe, poiché potrebbe al più conservare il ricordo di un dato vissuto, e non il vissuto in sé.

Qualunque sia il supporto fisico dell’informazione, essa rappresenta di per sé un puro nulla.

Affinché possa consumarsi la prima frattura nel tutto (ovvero, affinché possa avvenire il riconoscimento della parte nel tutto), è necessario che si chiuda una retroazione di qualche tipo. Nell’infante il processo è innescato da uno stimolo positivo ricevuto dall’ambiente (sia chiaro, in questa fase è necessario parlare di stimoli e non già di parole di approvazione, o si rischierebbe di assecondare insidiose petizioni di principio). La riflessione appena fatta esibisce una riflessione che giudichiamo di estrema importanza e che intendiamo rapidamente cogliere prima di esibire le conseguenze degli innati meccanismi di retroazione insiti nell’io.

La retroazione deputata alla frammentazione dell’Uno nella illusoria molteplicità avviene per mezzo di uno stimolo esterno. Lo stimolo è il vissuto psichico, che parla un linguaggio ben differente da quello dell’io. Essi stanno nel medesimo rapporto simbolico che intercorre tra linguaggio e metalinguaggio. Lo stimolo (o il vissuto psichico) non è parlabile dall’io, il quale può scorgerne il principio solo a mezzo del ricordo del vissuto psichico. L’azione dell’io si consuma pertanto nell’io medesimo. L’istruzione dell’io avviene esternamente, senza tuttavia che questa sia dicibile oppure comunicabile.

Anche alla macchina è necessario uno stimolo (l’approvazione del progettista al conseguimento di un dato risultato), e lo stimolo, chiudendo positivamente una retroazione negativa (costituita perlopiù dall’albero dei gradienti dei parametri di cui la funzione costo è costituita) rafforza oppure indebolisce il preconcetto della macchina su un dato oggetto.

Questo processo agisce direttamente sul ricordo del vissuto psichico.

Nel prossimo capitolo appronteremo alcune utili considerazioni sul concetto di numero.

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