La grande orchestra della vita

La grande orchestra della vita

Capitolo 1

Nel putrido laboratorio in cui lavorava non si trovava nulla che non producesse strani olezzi. Sembrava quasi che l’odore originasse dalle porose pieghe delle spesse pareti di legno. Una buccia di banana divenuta antracite denunciava lo stato di abbandono del luogo. In effetti, il minuscolo stanzino avrebbe volentieri ospitato colonie di allegri topi squittenti. Unico freno agli appetiti militari dei ratti era la non trascurabile presenza di un riccioluto giovanotto collocato al di là di un grande monitor curvo. Da quel poco che filtrava dalla soffice penombra, il profilo dell’uomo non richiamava certamente i tratti di un adone ma difendeva una dignotosa sufficienza estetica ascrivibile soprattutto alla folta chioma e alla gioviale serenità che il suo volto ispirava. Ogni storia che si rispetti conosce uno scrivente e uno scritto ed è pertanto naturale aspettarsi che lo scrivente non interrompa l’opera con vanagloriose digressioni poco attinenti al contenuto della narrazione. Dobbiamo tuttavia confessare che la storia cui il paziente lettore sarà presto messo a parte non è l’educata cronaca di fatti occorsi e pedissequamente riportati dallo zelante scribacchiare di un trasognato autore. Scrivente e scritto sono infatti amici di lunga data, quasi che l’uno conosca l’altro dai remoti tempi della sua infanzia. É pertanto nostro preciso dovere preinformare dei rischi naturalmente cagionati dall’intima familiarità tra l’autore e l’oggetto della narrazione. Avendo già disperso in sterili vaniloqui la tollerante indulgenza del lettore, offriamo un esile pegno per il tempo sottrattogli, rivelando anticipatamente i connotati del chiacchierato giovanotto. Ore era il nome dell’esile ragazzotto, e il suo compito in quella stanza sfuggiva in larga parte anche a lui. Il minuscolo laboratorio era l’appendice di un mastodontico complesso militare dismesso, oggi riservato alla residuale attività di pochi ufficiali destinati alla ricerca scientifica. L’unico vantaggio effettivo della permanenza nel sudicio tugurio era la sostanziale riduzione dell’orario di lavoro, permettendo ad Ore e agli altri ufficiali ivi ricollocati di godere di lunghi pomeriggi di placido ozio, scevri da impegni e preoccupazioni. Ciò che Ore sembrava faticare ad accettare era che la pulizia dell’ambiente fosse implicitamente assegnata a lui. Con sorniona indifferenza scacciava il pensiero molesto, aggrappandosi alla fantasiosa convinzione che non essendo mai stato direttamente mansionato in tal senso, l’amministrazione avrebbe prima o poi provveduto al suo posto. Pie illusioni consapevolmente mandaci e tuttavia delizioso foraggio per l’innata indolenza del giovane ufficiale.
A sua discolpa, nel suo lavoro era piuttosto bravo. L’intero stabile, o almeno quello che ne rimaneva, conduceva promettenti ricerche sulla natura profonda dell’intelligenza umana. Ore si occupava di addestrare intelligenze artificiali a comunicare tra loro. Sin dagli esordi la ricerca esibì risultati di notevole valore. Dopo sole tre settimane fu infatti chiaro che lanciare occhiate di sfida al calcolatore non fosse sufficiente ad avviarlo. Il passo successivo fu perciò collegarlo alla corrente. La ventola incrostata di densa polvere grigia protestò rumorosamente ma infine iniziò a girare.

Capitolo 2

Il primo inverno nella nuova sistemazione fu particolarmente umido e piovoso. Il laboratorio vantava due grosse finestre che Ore aveva l’abitudine di tenere sempre chiuse, impedendo che filtrasse anche il più tenace raggio di luce. L’illuminazione dell’ambiente era sommariamente affidata alla luce prodotta dal display. Non abbisognando d’altro che del suo monitor egli non se ne curava e anzi amava rifugiarsi nella cullante rilassatezza che la diffusa penombra e lo scrosciare della fitta pioggia animavano in lui.
Era ormai trascorso un mese da quando aveva trovato il coraggio di avviare seriamente il suo lavoro e gli esperimenti procedevano a gonfie vele. Il magone che lo aveva accompagato agli esordi del suo esilio era oramai alle spalle e con bradipa insofferenza si convinse anche a rimettere ordine nella piccola cella. Siamo rassegnati a precisare che ciò non si tradusse in austera e auspicabile nettezza, senonché almeno si era giunti ad una condizione di sporcizia asintotica, dove la velocità di smaltimento dei rifiuti bilanciava la loro produzione. A conti fatti, tanto bastò affinché potessero disperdersi gli stomachevoli odori a cui da troppo tempo l’ambiente era uso.
Oltre ad Ore, altri quattro ricercatori erano implicati nello stesso progetto, seppure con mansioni diverse. Ciascuno occupava uno stanzino a lui riservato, sebbene in ambienti non attigui stante l’enorme dimensione dello stabile. La labirintica struttura si componeva di immensi capannoni chiusi le cui appendici trovavano sfogo in lunghi corridoi e ampi spazi sotterranei, a loro volta collegati ad altri edifici. Quand’anche a prima vista i capannoni sembrassero monoliti isolati, esistevano plurime contorsioni architettoniche atte a consentire di raggiungere ogni punto del complesso senza mai uscire allo scoperto. Il paradiso per ogni animale edafico degno del proprio nome.
Data l’inusuale piovosità delle ultime settimane questo ad Ore non dispiaceva, dovendo non di rado incontrarsi con gli altri ufficiali per escogitare l’impalcatura della loro ricerca.

Capitolo 3

Nora era la più giovane del gruppo, una ragazza dai capelli chiari a cui la divisa donava un fascino ancora più misterioso. Di carattere allegro, sapeva conquistare le simpatie degli altri grazie alla sua innata giovialità. I lunghi ricci le coprivano spesso il viso in modo assai buffo e quando Ore glielo faceva notare per tutta risposta lei arrossiva e lanciava sguardi torbi. Prese l’abitudine di avvolgere la folta chioma in un elastico per capelli, cosa che la rese ufficialmente bella. Nel curioso quintetto a lei toccava la realizzazione della architettura spaziale dell’intelligenza artificiale. Era ossessionata dal suo lavoro, tanto da lasciare tutti sbigottiti per la singolare perfezione con cui curava i dettagli del progetto. Dallo stelo di un fiore al capitello di una imponente colonna corinzia, nulla sfuggiva alla sua attenzione zelante e maniacale.

Ico era un giovanotto magro e cordiale. Tra tutti il più lavativo, se non vi fosse stato Ore a contendergli il primato. Durante le riunioni collegiali si lanciava in lunghe e colorite arringhe politiche che tutti ascoltavano ben volentieri per i primi quindici minuti, salvo poi limitarsi a fissarlo con ostentata educazione pregando che il monologo avesse a compiersi in tempi umani. Qualcuno ipotizzò che intervenire con argomenti a sostegno delle sue tesi avrebbe inibito la sua loquacità, dovendo però ben presto constatare che la sua eccitazione aveva solo ad accrescersi sino a rasentare l’autocompiacimento. La soluzione fu trovata da Nora la quale, cosciente del proprio fascino, lo ammutoliva avvicindandovisi e inebriandolo del suo profumo. Ico andava letteralmente in tilt e la filippica cessava.
Quando lavorava, era mansionato alla programmazione della interfaccia operativa del progetto. Fortunatamente il suo talento informatico gli permetteva di recuperare in breve tempo il lavoro di giorni di inerzia passiva.
La sua neghittosità era incoraggiata dalla disgraziata vicinanza al suo ufficio dell’unica macchinetta per il caffè dell’intero stabile. Era più probabile trovarlo a contemplare con bramosa voluttà il salvifico manufatto che il monitor della sua postazione.

L’esperto di elettronica era Enio, un ragazzetto di media altezza sempre affaccendato tra cavi, circuiti e attrezzi. Tutti sapevano che lavorasse ma nessuno era mai pronto a scommettere cosa stesse macchinando. Sua la responsabilità del corretto funzionamento della piattaforma. Senza la piattaforma l’intera ricerca non avrebbe avuto un filo conduttore. Alla piattaforma riserveremo ampio spazio nel seguito.

Infine c’era Ulia, esperta d’armi. Ulia ricopriva un ruolo squisitamente militare. I suoi capelli biondi e curati ricadevano sulle piccole spalle formando minuscoli boccoli dorati. Sua era la responsabilità di preservare la dignità del complesso e motivare con tirannica affabilità i quattro ricercatori. Per Ulia, Nora ed Enio erano lungi dal costituire un problema. I veri grattacapi nascevano con Ore e Ico, lazzaroni graduati la cui indolenza al lavoro era oramai divenuta proverbiale. A dispetto delle docili apparenze, Ulia era un’artista marziale di tutto rispetto. Ico fu immediatamente colpito dalla sua iconica grazia. Pure astenendoci dal dettagliare apertamente la successione degli eventi, dopo solo due settimane Ico si ritrovò disteso prono sopra il pavimento con lo stivale di Ulia tra la testa e il collo. Da allora conservò la sua passione per la govane donna, ma il sentimento prevalente fu il terrore, nè più mai azzardò contatti inappropriati.
Quel gaio incidente facilitò molto il controllo di Ulia su Ico, che appena ne scorgeva la sagoma si ritirava quatto nel suo stanzino e riprendeva diligente l’attività assegnatagli.
Il vero puzzle per Ulia era Ore.


Capitolo 4

Era una gelida mattina di Dicembre. All’esterno un timido nevischio imperversava da ore, al punto che il breve sentiero d’accesso al complesso pareva verniciato di bianco. Quella mattina l’intera squadra era riunita nella sala comune. In realtà, il vero nome della sala comune era Ringil, ma poiché era stata plebiscitariamente scelta come luogo per le riunioni si era deciso di ribattezzarla sala comune. Detta sala altro non era che un grosso capannone. Ufficialmente, la scelta era ricaduta sul capannone Ringil perché equidistante dagli uffici di tutti e sufficientemente attrezzato per ospitare le attività di Enio. In verità, e poniamo nella prossima affermazione la nostra dignità professionale, la sala Ringil era l’unica dotata di riscaldamento, oltre alla non trascurabile evenienza che le solide finestre di vetro impedivano le infiltrazioni dell’algida aria invernale. Nonostante le grandi dimensioni, un soffice tepore aleggiava nell’etere non appena si varcavano le soglie di ingresso al capannone. Non erano infrequenti le incursioni anche quando non erano previste riunioni. L’approssimarsi dell’inverno favorì la definitiva migrazione dell’intera squadra nello stabile. Il capannone era pensato su due livelli. Il primo dei quali ospitava i calcolatori, le scrivanie e le attrezzature. Il secondo livello, a quattro metri di altezza, era sostenuto da sottili ma robuste travicelle di acciaio cui spettava l’ingrato compito di reggere il peso di una griglia metallica calpestabile. Il secondo livello era meno esteso del primo e buona parte del capannone esibiva perciò direttamente le sue nudità al tetto sovrastante. Al di sotto della griglia metallica trovava alloggio la piattaforma coi suoi tre metri di diametro. Tutto intorno un Valhalla per ratti fatto di cavi e isolanti a cui occasionalmente si aggiungevano briciole di pane, confezioni di merendine, bicchieri per il caffè, torsoli di mela, bucce di arancia e ogni altro genere alimentale. Ulia aveva imparato a riconoscere le abitudini alimentari di ognuno e non lesinava punizioni ai trasgressori. L’unica scevra da pulsioni fecciose era Nora, la quale infatti spesso ereditava da Ulia l’onere e il potere di punire i maschi per la loro lordura. A dispetto di Ulia, Nora era molto più equilibrata nel dispensare richiami e punizioni, ma sembrava insaziabilmente desiderosa di esercitare il suo potere su Ore il quale, vagamente consapevole nella sua bonaria ingenuità delle volizioni di Nora, seguitava a certificare la sua innocente insolenza senza controllo. Ciò gli valette l’ingeneroso titolo di ufficiale ricercatore più punito dell’anno.
Tra un fiocchio di neve e l’altro le attività della squadra procedevano senza intoppi.
Ore esibiva con orgoglio i risultati raggiunti dalla sua intelligenza artificiale.
“Presto saremo pronti per il giorno zero! Oramai dialoga perfettamente con la piattaforma“.
“Questa IA è ottusa! Non distingue neanche la destra dalla sinistra”, chiosò dispettosamente Nora.
“Allora è una perfetta riproduzione della tua intelligenza” rispose Ore compiaciuto “e comunque non è quello il suo scopo”, aggiunse.
Risate indistinte provenirono dal centro della sala.
“Come vedi ha ampi margini di miglioramento” aggiunse Enio, che pure collaborava all’addestramento della IA.
Nora frustò gli insolenti colleghi con lo sguardo e si ritirò sconfitta alla sua postazione.
Dopo qualche minuto si udì un sonoro clac provenire dalla piattaforma e un raggiante Enio annunciò che il fissaggio dell’ultimo magnete all’apparecchio era stato finalmente ultimato. L’intera squadra si alzò di scatto e raggiunse il centro della sala.

Capitolo 5

Traslochiamo per qualche tempo dalla sala comune per dirigere altrove l’attenzione del lettore.
I fatti fin qui narrati trovano spazio nelle profonde campagne del casertano.
A qualche femtosecondo luce e nello stesso istante in cui Enio annunciava di avere finalmente approntato la piattaforma, l’ospedale civile di San Pietroburgo ospitava un delicato intervento di ricostruzione valvolare. Il chirurgo, o per meglio dire, la chirurga, era una giovanissima dottoressa di trentacinque anni. Nonostante gli algidi occhi diamantini facessero presagire virtù apollinee, era sufficiente scambiare una sillaba per cadere prede della sconcertante dolcezza della bionda e affabile dottoressa. Il nome della giovane cardiochirurga era Masha Tarasova: Mata per i colleghi e gli amici più affezionati.
Al termine dell’intervento Mata affidò i ferri agli infermieri e a passo svelto si diresse nel suo ufficio. Accese il suo computer, controllò la posta e tirò un sospiro di sollievo. La sua richiesta di ferie era stata ufficialmente formalizzata. Questo per lei significava una cosa sola: tre lunghissime settimane lontana da aghi, bisturi e pazienti. Estrasse dalla grande borsa nera la sua carta di credito. Pochi minuti e qualche colpo di incoraggiamento alla stampante dopo, stringeva tra le mani un mucchio di fogli, tra i quali la copia del passaporto e il biglietto per un volo diretto per l’Italia, destinazione finale: Napoli.
Da qualche mese Mata si era invaghita di un ballerino italiano, incontrato per caso a una rappresentazione al Teatro Michajlovskij alla quale era stata invitata da una collega appassionata di balletto. Il giovane aitante l’aveva circuita all’uscita dal teatro. Allo stentato inglese del ballerino, Mata replicò fulminea in italiano, cosa che lasciò fortemente perplesso il ragazzo, che per un istante da predatore che riteneva d’essere, si sentì predato. Mata scoprì che il nome del ragazzo fosse Cuso. Seguì un appuntamento notturno che si concluse con la promessa di rivedersi. Per qualche mese continuarono a scriversi, finché Mata non decise di sorprendere la sua presunta fiamma con una visita a sorpresa, da cui il biglietto per l’Italia.
L’indomani mattina la bella cardiochirurga trascinava due pesanti valigie stracolme di vestiti, quasi che avesse dovuto cambiarsi più volte al giorno. Il clip clop dei tacchi e il dolore alle dita dei piedi le fecero presto realizzare che forse un paio di scarpe da ginnastica avrebbero facilitato l’esodo verso l’aeroporto. L’elegante vestitino nero e i collant scuri agitavano la fantasia degli astanti i quali, pur suscitando le invettive delle mogli, non rinunciavano a seguire Mata sino al remoto orizzonte del proprio sguardo.
Mata incedeva e se ne compiaceva, ma c’era solo uno sguardo che lei bramava sopra ogni cosa, e per quello sguardo era pronta a sorvolare il continente.

Capitolo 6

L’aereo decollò puntuale. Mata sistemò la borsa nel portabagagli sopra la sua testa e affondò la testa nello schienale. Il tessuto della poltrona era così soffice che chiunque sarebbe stato tentato di appisolarsi. Come da protocollo il personale di bordo mostrò le vie di esodo. Dopo una veloce dimostrazione pratica che illustrava la procedura di attivazione del giubbotto di salvataggio, una voce gracchiante augurò ai passeggeri buon viaggio. Mata si era sempre domandata a cosa potesse mai servire un giubbotto di salvataggio in un volo continentale. A quel punto però era già cascata in un lungo sonno letargico.
I ritmi delle ultime settimana l’avevano stremata e la prima occasione utile per lenire la stanchezza era stata prontamente assecondata dalla mente esausta. Mentre dormiva la sua anima vagò. Sognò di trovarsi in una sala quadrata totalmente priva di finestre. Lungo le pareti erano scavati ampi archi circolari dai quali profluiva una intensa luce ipnotica. Mata diresse lo sguardò verso uno degli archi e fu presa da un tremito. La luce che vedeva era di un colore che non esisteva. Nonostante lo sforzo titanico, non riuscì a staccare gli occhi dalla fonte luminosa, anzi, ne fu attratta al punto che le gambe iniziarono a muoversi di propria iniziativa. Dopo qualche infruttuoso tentativo rinunciò all’idea di poter dirigere le proprie azioni e si abbandonò alla volontà del proprio corpo. Istante dopo istante era sempre più vicina alla strana luce che diventava sempre più abbagliante. Ancora un attimo e avrebbe toccato con mano il grande arco, quando improvvisamente la luce scomparve e la sala piombò nel buio. Per qualche istante avvertì l’istinto di fuggire, ma il corpo non obbediva. Provava a muoversi, ma i movimenti erano soffocati. Provò ad urlare ma si scoprì afona. Senza che facesse in tempo a rendersene conto, la scena mutò. Stavolta osservava la sala dall’alto, come fluttuando a diversi metri dal pavimento. Essendo buio pesto non poteva giurare di trovarsi nello stesso luogo, eppure ne era assolutamente certa, come se quella fosse l’unica verità che ancora perpetuava in lei. Chiuse gli occhi. Quando li riaprì fece in tempo a cogliere il perimetro di una grande parola luminosa incisa sul pavimento: νoστος.
Riaprì gli occhi. Era di nuovo sull’aereo. La luce del sole gli parve incredibilmente terrena.
Sbottonò la cintura, corse in bagno e lavò la faccia con acqua gelida. Era sconvolta, aveva ancora nell’anima la luce del sogno. Per quanto si sforzasse di immaginare arcobaleni non riusciva a collocare in nessuna sfumatura, neppure la più esotica, il colore che aveva visto. Non riuscì a tollerarne il pensiero e vomitò. Poteva vedere un colore che al mondo era proibito. Era la custode di un segreto che, anche volendolo, non avrebbe potuto comunicare, perché i colori non si dicono.

Capitolo 7

Dalla sala comune si alzò un “wow” di entusiasmo e approvazione. La piattaforma era finalmente operativa e dal verdore emesso dalla moltitudine di luci e neon sembrava pulsare di vita propria.
“Vi presento Oneiro!” esclamò Enio.
Oneiro era il nome che la squadra aveva deciso di dare al progetto.
“Possiamo già usarla?” sibilò Nora, che ancora macinava il disappunto per la recente sconfitta.
“Certamente, è completamente operativa”, assicurò Enio.
Ico si avvicinò alla ferraglia circolare che faceva da base alla piattaforma e la tastò con interesse.
“Sembra solida”, riflettè ad alta voce “può reggere anche più di una persona”.
“infatti è pensata per ospitare fino a tre uomini” aggiunse Ore, che tra tutti era sembrato il più distratto.
“O quattro Ulie”, sentenziò Ico.
Fortunatamente Ulia non colse la provocazione, ma la sua magrezza, nonostante l’altezza più che dignitosa, costituivano una solida evidenza alle parole di Ico.
“Non è proprio così”, itervenne nuovamente Ore rubando la scena ad Enio “La piattaforma potrebbe sostenere anche il peso di cinque o sei uomini robusti, ma ciò si rivelerebbe del tutto inutile, in quanto internamente possiede solo tre magneti. L’area che ne perimetra i confini è internamente tripartita in spicchi circolari contenenti i super magneti funzionali alla sua messa a punto…”
“In parole povere, può essere usata soltanto da tre persone per volta”, chiarì Enio, suscitando sollievo negli astanti.
Siamo confidenzialmente solidali col lettore, che starà a questo punto domandandosi quale sia lo scopo reale della piattaforma. Non che questi ne faccia una ragione di vita o di morte, ma riteniamo metodicamente corretto aprire una breve ma concisa finestra sulla storia del progetto Oneiro.
Quattro anni prima, durante la loro tesi di dottorato, Ore ed Enio avevano messo a punto uno strano dispositivo elettronico che sembrava avere effetti singolari sulla mente di chi lo indossava. Originariamente la ricerca intendeva approfondire le possibilità terapeutiche offerte dalla stimolazione magnetica transcranica e i due ingegneri lavoravano in simbiosi con chimici e neurologi. Dopo qualche tempo si diffuse la diceria (non troppo lontana dal vero) che i pazienti sottoposti al trattamento sperimentavano una irresistibile sonnolenza, culminante in uno stato di rapimento estatico. Quando la stimolazione cessava, i pazienti tornavano in sé e raccontavano di esperienze oniriche fuori dall’ordinario. Quando inoltre due volontari erano contemporaneamente stimolati dallo stesso segnale oscillante, i loro sogni coincidevano e le realtà prodotte erano pressoché identiche. Sovrapponendo specifiche onde agli impulsi originali, Enio era riuscito a disegnare minuscoli punti di luce nei sogni dei dormienti, cosa che permise alla squadra di trasmettere interi oggetti del colore e della forma desiderata. Dopo qualche settimana l’esercito, venuto a parte degli incredibili sviluppi della ricerca, sigillò la struttura e offrì ai due giovani ingegneri un contratto presso il centro di ricerca militare con sede a Roma. Volendo quindi preservare la segretezza della ricerca e dei suoi sviluppi, il team fu trasferito a Caserta insieme ad una contrariata Ulia che aveva come unica colpa l’aver preso parte all’esperimento dimostrativo richiesto dagli alti gradi della direzione amministrativa dell’esercito.
Nora che già lavorava alle dipendenze della difesa fu il dazio richiesto da Ore per acconsentire al trasferimento nella base di Caserta. Ore aveva conosciuto Nora in un altro contesto dieci anni prima e ora ne avocava a sé la presenza. La giovane tenente ne fu lusingata, ma dissimulò il suo entusiasmo e si riservò il beneficio del broncio. Ico era un consulente esterno mansionato alla informatizzazione delle interfacce operative. Così composta, la squadra fu esiliata nel vecchio complesso militare, il resto è storia.

Capitolo 8

A nulla valsero i tentativi di Enio di immolarsi per bloccare l’accesso alla piattaforma. Ico lo scavalcò agilmente e occupò il centro esatto del disco. Enio gli addebitò un muggito di disapprovazione ma lasciò che il giovane amico desse sfogo alla sua curiosità.

“È giunta l’ora di dare sostanza agli ultimi mesi rinchiusi in questo porcile”, proclamò Enio.
Dopo aver raccolto la solidarietà degli astanti, proseguì: “Sembra che abbiamo anche la prima cavia” e strizzò l’occhio a Ulia “resta solo da attivare l’alimentazione del primo oscillatore”.

Erano mesi che Ico insisteva per essere il primo ospite della piattaforma, ma ora che l’ipotesi si faceva concreta iniziò a dubitare del suo entusiasmo.

Ulia interpretò all’istante lo stato d’animo di Ico e si attivò per ferirne l’orgoglio. Con studiata distrazione esclamò: “Mi pare che Ico avesse voglia di spiccare il primo pisolino, chi l’avrebbe detto?”.

Il sorriso di complice approvazione di Nora scatenarono in lui virili moti di rivolta.
Seppure cosciente del sapiente inganno delle donne, il desiderio di rivalsa modellò in lui la paura, trasformandola in adrelina.
“Avvia questa ferraglia!” urlò a Enio.
“Spostati nel primo settore e appoggiati allo schienale” rispose Enio “e cerca di non aprire gli occhi dopo che l’oscillatore sarà messo in moto”.

Non appena si fu posizionato sulla piattaforma, Enio sollecitò Ulia a dare corrente al primo blocco. Senza farselo ripetere, e sfoggiando lo sguardo più sadico che le riuscì, sollevò la grande leva che alimentava la circuteria della piattaforma. Dopo qualche istante Ico dormiva come un ghiro.

Capitolo 9

Enio attivò il proiettore collegato al suo computer e mostrò agli astanti una grande finestra opaca.
“Questo è quello che attualmente Ico vede” spiegò Ore.
“Attualmente la mente di Ico è vincolata a osservare la scena che il computer attraverso la piattaforma gli propone. In condizioni normali la mente può creare i propri scenari. Non è chiaro come ciò sia possibile. Ad ogni abbiamo notato che la combinazione di specifiche frequenze inibisce questa facoltà. Nostro malgrado, nulla può togliergli la facoltà di pensare” aggiunse con una nota di divertimento.
Si levò un mormoriò di approvazione.
“Quindi ora Ico è nel mondo dei sogni, pensa e vive in uno spazio nero?” domandò Ulia.
“Fino a quando non avremo assemblato il mondo di Nora” confermò Ore che intanto si era allontanato per dare supporto a Enio.
“Adesso useremo il tablet di Nora per allocare un semplice scenario. Ciascuno di noi sarà chiamato a scrivere il proprio nome. Creeremo un ambiente tridimensionale e mostreremo a Ico le lettere. Lui potrà limitarsi a comunicare assenso o dissenso. Quando infine avremo attivato i driver per la comunicazione audio bidirezionale, potremo finalmente parlare ad Ico.” spiegò Ore.
Enio non partecipava alla conversazione perché particolarmente assorto nel monitor del computer.
Il minimo errore avrebbe messo il programma in allerta, risvegliando Ico.
Ulia, Ore e Nora scrissero il proprio nome sul tablet ed Enio li adagiò su un misterioso sfondo bianco.
“Chissà se l’improvviso biancore gli ha procurato dolore agli occhi” pensò Ulia tra sè.
Come se avesse indovinato la domanda, subito Enio si affrettò a spiegare che in condizioni normali gli “esploratori” non potessero avvertire alcun dolore o piacere, ma potevano essere condizionati a farlo dal software di controllo.
Già da qualche tempo la compagnia aveva scelto di riferirsi ai dormienti col termine esploratore.
“Potete osservare che Ico sta iniziando a muovere i primi passi. La sua mente trasferisce al software l’intenzione di muoversi, e il programma riscrive la personale scena di Ico simulandone correttamente riflesso e prospettiva.” continuò a spiegare Ore.
Ulia e Nora avevano già assistito alle sedute di alcuni esploratori, ma mai a questi livelli. Il nuovo software e il maxischermo offrivano possibilità inesplorate, tanto che entrambe osservavano lo schermo con occhi spalancati. Faticavano a credere che dentro lo schermo si trovava una persona cosciente e sovrana nelle proprie azioni.
“Carico un pavimento e qualche parete, in modo da agevolargli la deambulazione.”, propose Enio.
Ore annuì.
“Fatemi parlare con lui” ordinò Ulia.
Enio attivò i driver e sospirò. “E’ tutto tuo”.
Ulia si avvicinò al microfrono e scadendo bene ogni sillaba chiese “Tenente Ico, come ti senti?”.
Dopo qualche istante si udì una voce metallica “Sto bene, ma fatemi uscire, vi supplico”.
La voce metallica era dovuta al sintetizzatore vocale dell’apparecchio che poteva intercettare le parole dell’esploratore ma non l’impronta vocale. Enio aveva già preventivato di implementare un algoritmo che ricostruisse la voce esatta dell’esploratore.
“Direi che può bastare”, convennero Ulia e Ore. “Fallo rientrare”, ordinò Ulia.
Enio con un click lo trasse dal sogno e le palpebre di Ico si riaprirono.

Capitolo 10

Dopo qualche ora Ore e Nora si ritrovarono per un caffè.
Era da tempo che Ore meditava di proporre a Nora di incontrarsi oltre l’orario di lavoro, ma temeva un umiliante rifiuto.
In realtà, Nora aveva sempre scrutato Ore con curiosità, e come lui desiderava approfondire la loro amicizia. L’occasione si era presentata perché chiacchierando della vicissitudine pomeridiana di Ico, Ore scherzò con Nora profetizzando che di lì fino alla fine della giornata, il loro sventurato amico avrebbe consumato dosi industriali di caffè.
Nora rise e offrì un assist clamoroso alla sua preda, esclamando “Sai?, avrei proprio voglia di un buon caffè al bar”.
Ore, pur senza comprendere la sua bonizia, formulò l’invito. Nora si divertì a stuzzicarlo facendosi supplicare, ma alla fine acconsentì.
Ore, che normalmente avrebbe indossato qualche gigantesca felpa da battaglia, in quell’occasione sfoggiò la sua camicia più stirata. Nora notò e apprezzò.
La serata volò via senza intoppi. I due chiacchierarono del più e del meno, risero della disavventura di Ico e immaginarono nuovi scenari per il progetto Oneiro.
Nora volle inoltre informarsi di un dettaglio. Domandò ad Ore se fosse possibile vincolare gli spostamenti di un sognatore, ottenendo un cenno d’assenso.
Ore spiegò a Nora che gli scenari funzionano come i nastri di un tapis roulant, con la differenza che la scena si sviluppa in tre dimensioni. Quando il sognatore manifesta l’intenzione di muoversi, è il software a traslare lo scenario. Ogni oggetto realizzato da Nora poteva quindi includere dei vincoli. Si poteva ad esempio rallentare la velocità del nastro oppure bloccare l’avanzamento della scena contro la volontà del sognatore. Impedire al viaggiatore di muoversi non significa quindi vincolarlo nei movimenti, essendo la sua proiezione già immobile, bensì interrompere il movimento della scena proposta dal software.
Buona parte delle risposte fisiologiche e i relativi stimoli sensoriali erano invece illusoriamente prodotti dalla mente, abituata ad offrire sensazioni precise in risposta a certi stimoli. L’attrito col pavimento, la sensazione di accelerare o rallentare e moltissimi altri meccanismi di interazione con l’ambiente erano perciò già correttamente emulati dal cervello.

Alla fine della serata Nora riaccompagnò Ore a casa.
“Ore”, prese l’iniziativa di domandare Nora mentre erano ancora in auto “quanto dovrò aspettare per rivederti lontano da quella fogna di laboratorio?”.
Ore fu preso alla sprovvista. Era terrorizzato che qualcosa potesse andare storto, e non osava domandare.
Nora era decisamente più sveglia di lui nelle cose d’amore, quindi intuendo la scarsa alfabetizzazione di Ore aveva facilmente compreso di dover prendere l’iniziativa. “Che salame!”, pensava.
Prima di riuscire a proporre una nuova data, ore sbagliò tre parole.
Nora fu molto divertita dal suo imbarazzo. Lo guardò fisso negli occhi per misurare quanto a lungo il riccioluto giovanotto avrebbe sostenuto il suo sguardo. Voleva percepire il suo ascendente su di lui.
Come calcolato, dopo pochi istanti Ore spostò gli occhi a sinistra. Ciò non deluse Nora, in parte perché se lo aspettava, in parte perché non aveva abbassato lo sguardo, solo spostato le pupille. Il suo istinto le suggerì che Ore non avvertisse alcun moto di inferiorità, ma solo un certo imbarazzo.
Sorrise. Gli afferrò le guance e gli intimò di guardarla negli occhi.
Con riluttanza ma profondo desiderio Ore obbedì.
Nora fece quello che da mesi sapeva di dover fare ma senza che la consapevolezza emergesse nel dominio delle cose che il suo cuore potesse accettare. Avvicinò le sue labbra a quelle di Ore e azzardò un timido contatto, a metà tra un bacio e un rapido sfregamento. Negli istanti immediatamente successivi temette di avere azzardato troppo ed ebbe paura.
Ore fu preso alla sprovvista, ma non si ritrasse. Sciolto il ghiaccio, avendo i fatti anticipato le parole, premette la sua mano dietro la schiena di Nora e la condusse a lui. Aveva finalmente trovato il coraggio di baciarla. Fu scosso da un piacevole brivido alla base del collo. Nora prese di nuovo il controllo e gli si fiondò addosso. Voleva mangiare le sue labbra. Essendo però il loro primo bacio decise di darsi un contegno. Quando infine riuscirono a scollare le loro lingue, sembravano entrambi colti da una senso di smarrimento. Nora era felice.
Lo guardò vittoriosa negli occhi e sentenziò “Adesso sei mio, maschio.” per poi aggiungere “Ora scendi dalla mia macchina.” con un tono che non lasciava spazio a margini di trattativa.
Ore annuì e obbedì terrorizzato. Era confuso e sotto shock. Non metabolizzava ancora la sua gioia.
Aprì la portiera e mentre scendeva rischiò quasi di inciampare, tanto era ipnotizzato da Nora.
La saluto tremante e rientrò a casa ondeggiando.
Nora mise in moto e partì.
In realtà Nora avrebbe voluto prolungare quel magnifico momento di disaramente tenerezza, ma aveva la vescica piena e doveva sfrecciare verso casa per vuotarla.

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