Il vizio del gioco

Il vizio del gioco

Il vizio del gioco è l’obolo dei morti di spirito

“Su, su, non vi fermate!” gridava la nonna.
Io lo seguivo, Des Grieux mi raggiunse con un balzo. “Tutto quello di prima l’ha perduto, e ci ha messo anche dodicimila fiorini dei suoi. Stiamo andando a cambiare i titoli al cinque per cento”.
“Zietta”, si avvicinò il generale, “Zietta, adesso noi… adesso noi…” la voce tremava e gli veniva meno, “noleggeremo dei cavalli e andremo fuori città… un panorama incantevole… la pointe… zietta, siamo venuti a invitarvi.”

“Ma piantala tu e la tua pointe!” Lo respinse irritata la nonna.

Fedor Dostoevskij, il giocatore

Lo scorso sabato trascorrevo una piacevole serata con gli amici di sempre. In tarda serata qualcuno propone di andare al Bingo.
Il Bingo io non sapevo neanche che fosse.
Mi spiegano in fretta e furia che si tratta di una tombola napoletana senza la smorfia.
Dopo quindici minuti ci ritroviamo al Bingo di Casalnuovo.


Un imponente edificio su due piani con una mastodontica insegna luminosa si ergeva al nostro cospetto.
Ci facciamo largo verso l’ingresso e siamo accolti da una specie di Croupier che si occupa di accomodare gli ospiti al confine di larghi tavoli rotondi. Riusciamo a malapena a trovare qualche posto libero qua e là, col risultato che l’intento di sedere tutto allo stesso tavola sfuma miserevolmente.


La struttura ce la mette tutta per sembrare un posto di classe, ma tutto intorno puzza di economia. Ogni suppellettile tradisce la sudicia scommessa dei gestori sulla pelle e il portafogli delle consapevoli vittime sedute ai tavoli.
Trovo posto ad un tavolo bazzicato da anziane signore. Il mio interesse non è catturato dal gioco in sé, anzi, l’idea di dover segnare dei numeri su un pezzo di carta mi tedia non poco. Ciò che i miei occhi non riesco a smettere di scrutare è il corpo delle anziane astanti che, catturate dal gioco, registrano un quindici, una sessanta e un settantadue sulle proprie cartelle.


Lo fanno muovendo febbrilmente il gomito, con una maestria che denunciava la notevole esperienza nell’arte del gioco.
Distribuiscono le nuove cartelle e io ne acquisto una (era la conditio sine qua non per occupare un posto al tavolo).

“Il gioco sta per cominciare” tuona l’altoparlante nella sala.
Gli sguardi, prima persi nel vuoto, hanno di nuovo uno scopo.
Le mani afferrano un pennarello al centro del tavolo e gli sguardi imbalsamati fissano la cartella. Anzi, forse sarebbe più corretto parlarne al plurale, perché qualcuno ne destreggia anche quattro alla volta.


La scena è troppo interessante. Sacrifico l’infinitesima chance di vittoria per condurre uno studio sull’eziologia comportamentale della fauna umana. Mi guardo intorno e mi sento solo. Sono l’unico vivo. Un deserto di desolazione riempie la sala.
Mi ritorna in mente una antica lettura. Un romanzo di Dostoevskij sul vizio del gioco. Sembra che per comporre il libro avesse fatto prima un sopralluogo al Bingo di Casalnuovo.


Avverto un senso di profondo fastidio. Voglio andar via.
Per fortuna il disagio è condiviso anche dagli altri amici e al terzo giro abbandoniamo la sala.
Uno di noi si è fatto trascinare più del dovuto, in quindici minuti ha speso dieci euro.
Tra un “bingo!” e l’altro si registra uno sciame di urla di disapprovazione per la propria sfortuna.


Questa volta non è andata, sarà per la prossima!
Questa volta non è andata, sarà per la prossima!
Questa volta non è andata, sarà per la prossima!

Nella tradizione

O voi che credete, in verità il vino, il gioco d’azzardo, le pietre idiolatriche, le frecce divinatorie sono immonde opere di Satana. Evitatele affinché possiate prosperare.

Il Corano, Sura quinta, “La tavola imbandita”

Non avrai altro Dio all’infuori di me

Sacra Bibbia, i dieci comandamenti


Le principali religioni monoteiste condannano esplicitamente il gioco d’azzardo. Nel corano è addirittura assimilato al consumo di alcolici, mentre la bibbia avverte più genericamente sulla prospettiva di facili guadagni. Vieta inoltre il feticcio del denaro nel primo dei dieci comandamenti.

E’ interessante la riflessione coranica. Il gioco d’azzardo e il vino hanno effettivamente la medesima genesi fisiologica. Essi interrompono la normale regolazione del circuito della ricompensa. E’ affascinante realizzare come la sapienza degli antichi anticipasse certe moderne deduzioni della neuropsichiatria contemporanea.


Il più grande strumento di dominio della tecnica sul mondo, la finanza apolide, fa leva sugli stessi meccanismi di influenza del vino e del gioco d’azzardo. Il vizio del gioco è l’epidemia dello spirito del nostro millennio. Più del sesso (a cui anch’io non rinuncio) e della gloria.

Signori, seguite il consiglio del generale, prima di giocare la prossima schedina andare fuori città, lì c’è sicuramente una pointe ad attendere e curare l’anima.

Il gioco d’azzardo è l’obolo che i morti di spirito pagano per restare in vita tra un quarantadue e un sassantaquattro.

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