Deriva demografica

Deriva demografica

La deriva demografica dell’occidente non è fronteggiabile con gli attuali strumenti a disposizione dello stato.
Su questo blog ho già raccontato le cause seconde del difetto di natalità nell’articolo dal titolo “Perché non facciamo più figli?“.
Raccontare le cause prime richiede una dose di coraggio elevata.
Ho deciso di puntare dritto al punto, con una prosa ferma e scevra da addolcimenti e captatio benevolentiae.

Guardare al passato per comprendere il presente

Anzitutto, i figli li partoriscono le donne. Chiunque non condivida questo assunto può anche interrompere la lettura qui ed ora, quella è la porta.
Il presente grafico, prelevato da Google, testimonia la repentina deriva demografica italiana. E’ appena il caso di sottolineare che l’infelice dato italiano è la fotografia della depressione demografica dell’intero occidente (ma su questo punto argomenterò in seguito). Un tasso di natalità stabilmente inferiore a due (2) comporta un invecchiamento della popolazione nelle successive generazioni. A parità di speranza di vita, la popolazione inizierà a diminuire.

Figura 1, figli per donna, fonte DATA COMMONS


A questo punto è necessario prevenire alcune obiezioni del lettore. Di solito, il senso comune tende ad ascrivere la corrente deriva demografica a ragioni di carattere economico. E’ possibile rovesciare la tesi economica mostrando un secondo grafico (dati serie storica ISTAT):

Figura 2 – Tassi di natalità e mortalità, fonte ISTAT

Dove appare evidente che il tasso di natalità sia in costante declino a partire dal 1862.
In realtà il dato non sorprende, poiché, come evidenzia la linea nera continua, la popolazione continuava ad aumentare. Si rientrava pertanto nell’ambito di dinamiche di autoregolazione della prole. Accorgendosi le famiglie che la speranza di vita alla nascita andava aumentando, con una certa inerzia sociale dovuta alla realizzazione del fatto in sé, riducevano anche il numero di figli per donna.
Il dato sulla natalità è pertanto privo di informazioni intelligibili se questo non si accosta al tasso di mortalità (o alternativamente al dato sul valore assoluto della popolazione, curva nera). Vedremo che l’analisi deve variare drasticamente quando i tassi di natalità si avvicinano al fatidico tasso di crescita stazionaria (2).

La retorica inizia a scricchiolare

La tesi economica è pertanto smentita sul nascere: il tasso di natalità era paradossalmente più alto quando la povertà generale era più alta. In questo senso, si potrebbe addirittura ipotizzare una correlazione positiva tra i due dati! Scelgo di non addentrarmi nella oscura selva delle correlazioni poiché il problema delle variabili nascoste è sempre dietro l’angolo. Ciò che deve risultare chiaro è che correlazione non vuol dire causalità.

Il dato sulla natalità ha una eziologia esclusivamente sociale

La seconda tesi che spesso merita gli onori della cronaca è quella medica. Si ritiene che il tasso di denatalità sia in caduta libera poiché l’uomo e la donna abbiano, per ragioni xyz di volta in volta argomentate, perduto la propria capacità riproduttiva.
L’OMS dichiara che ad Aprile 2021, il tasso di infertilità in Italia è pari al 16.5%. Supponiamo che questo dato sia veritiero. Ipotizziamo inoltre che in passato il tasso di infertilità fosse nullo (0%). Ipotizziamo infine che la succitata fetta di popolazione sia assolutamente impossibilita ad avere figli (che il problema non sia perciò transitorio e non esistano possibilità di cura). Tutte le precedenti ipotesi, assolutamente conservative nel senso di rafforzare la tesi medica, si sciolgono come neve al sole di fronte al dato della natalità. Nell’anno 2021 il tasso di natalità era pari ad 1.25; anche ipotizzando che tutti i soggetti sterili desiderino avere un figlio, occorrerebbe tuttalpiù correggere linearmente il dato attuale che si spingerebbe a 1.45 (circa). E’ del tutto evidente che la tesi medica, nonostante le generose concessioni, rappresenti una frazione centesimale del problema.
Anche la tesi medica è pertanto archiviata.

L’eziologia sociale del dato sulla denatalità

Espunte le tesi mediche ed economiche, che pure giocheranno un ruolo complessivo nel problema, ma che non possono rendersi a tal punto determinanti, non resta che vagliare il fattore culturale.
Un evento accade non solo perché esso è possibile, ma anche perché è voluto.
La vexata quaestio diviene allora: perché non vogliamo più figli? Si badi alla forma volutamente plurale che in seguito sarà condensata in un soggetto e in una causa efficiente.
Perché si possa dare una risposta determinante è necessario domandarsi perché quando si facevano i figli, i figli si volessero.

Una analisi nel dettaglio


Procediamo scientificamente, vagliando tutte le possibili alternative, che per costruzione saranno mutuamente esclusive. Ciò non esclude che esse possano risultare vere secondo percentuali diverse, nondimeno la somma delle probabilità dovrà restituire la totalità delle casistiche possibili.
a) Le donne desideravano figli
a1) Segue da a), esistevano le condizioni per procreare
a2) Segue da a), non esistevano le condizioni per preocreare
b) Le donne non desideravano figli
b1) Segue da b), le donne procreavano ugualmente
b2) Segue da b), le donne non procreavano

Il desiderio di cui sopra deve intendersi totalmente scevro da condizionamenti esterni, quali ad esempio l’esigenza di contentare la morale del tempo, dacché le presenti casistiche sono già contemplate nel punto b1).
Riuscire ad attribuire ai punti a e b, e ai relativi sottopunti a1), a2), b1), b2) una propria dimensione numerica è oggetto di scienza statistica, poiché non è in alcuna maniera analiticamente deducibile la distribuzione di questi quattro eventi stocasticamente indipendenti.

Oggi è totalmente sdoganato che un numero impressionante di donne non possegga alcun istinto materno. Discetteremo in seguito sull’entità del fenomeno, ma è possibile convincersi di questo dato qui, qui, qui e ancora qui. Tutte risorse prodotte da donne per altre donne. Lo zampino dell’uomo non c’è, o perlomeno non si ravvisa.

Cade il primo tabù


Abbiamo dunque rotto il primo tabù!
Molte donne non desiderano figli.
A questo punto, volendo condurre una indagine davvero scientifica, occorerebbe giustapporre dati, pareri e sondaggi di un numero statisticamente rilevante di donne in un lavoro biblico che per ovvie ragioni non potrà comunque ammantarsi dell’egida della scientificità, essendo inevitabilmente pervaso da condizionamenti di ordine psicologico e dunque pseudo scientifico.

Ragionando da ingegneri…

Il problema di cui sopra apparrebbe dunque irrisolvibile, senonché, piuttosto che rinunciare ab origine, potrebbe farsi valere la considerazione che, chiedendo direttamente alle donne, emergerebbe quantomeno una timida stima del dato noumenico. Non troppo tempo fa mi imbattei in un sondaggio che domandava a un nutrito gruppo di donne se loro avvertissero una qualche forma di istinto materno e/o desiderassero figli. Quasi la metà delle donne rispose affermativamente, l’altra metà negativamente.
Perché non prendere per buono questo dato?

Le cause prime cominciano a manifestarsi.

Trattandosi di un sondaggio anonimo scevro da condizionamenti e non essendo la genetica umana mutata così drasticamente da giustificare, in meno di cento anni, un ribaltamento delle funzioni biologiche connesse alla riproduzione, occorre riconoscere che in passato un numero straordinario di donne rientrava nelle casistiche di cui al punto b).

Le donne non fanno figli perchè non li desiderano.

Perché dunque, nonostante la totale o parziale assenza di desiderio connessa alle funzioni materne, i figli nascevano ugualmente?
Evidentemente la casistica di pertinenza era la b1): le donne non desideravano figli MA procreavano ugualmente.

Per afferrare finalmente il bandolo della matassa occorre allora domandarsi perché le donne, pur non desiderando figli, procreassero ugualmente.

Il beta provider

La modernità ha rappresentanto una singolarità nella storia della condizione umana. La tecnica, grazie ai progressi della scienza e alle enormi quantità di energia illimitata e disponibile a basso costo, ha favorito l’inserimento delle donne nel mercato del lavoro.
Ciò ha permesso alla donna di emanciparsi dal giogo economico del maschio che da sempre condizionava le dinamiche sociali nelle dure epoche del passato.
Tuttavia, quello stesso giogo favoriva la natalità, garantendo alla donna stabilità economica ed affettiva.
La prole era per la donna una assicurazione sulla vita. Occuparsi della crescita dei figli, mentre il marito era lontano di casa per lavoro o altri impegni, le offriva l’opportunità di rendersi utile e di pretendere la propria fetta della torta.
Che siffatta dipendenza abbia comportato una storia di soprusi e angherie, è fuori discussione, ma in questo articolo si tenta di sviscerare l’eziologia di un fenomeno, prescindendo dagli strascichi morali ad esso connessi.

Senza una prole, un marito poteva liberarsi molto più facilmente della donna. Avrebbe inoltre potuto indulgere al tradimento con assai meno remore. I figli, nell’immaginario femmineo, sollazzavano dunque il senso di responsabilità maschile, ancorandolo alla morale del tempo.

Tutto ciò si è rotto quando la femmina ha potuto emanciparsi dal maschio.
Se non desidero un figlio, perché non prendere un gatto?
Sono infatti esplose le gattare che con solerzia e immancabile premura trattano il proprio animale domestico come un figlio. Non per istinto materno, ma per mera compagnia, dacché la presenza di un animale domestico è oggi l’unico surrogato al contatto umano cui possano ambire.

Le politiche favorenti le donne nel mondo del lavoro daranno impulso alla natalità?

Sono estremamente diffuse in occidente misure economiche atte a convincere le donne ad emanciparsi, nel convincimento distorto che ciò possa offrire nuovo impulso alla natalità. Come già chiarito in precedenza, l’unico effetto che queste politiche potranno avere è ridurre ulteriormente la natalità. Ciò che oggi si verifica è che, per ogni donna realmente bisognosa di un contributo economico necessario a coltivare il proprio sogno di maternità, ve ne è un’altra che grazie all’accesso semplificato alla carriera sceglierà di assecondare i propri istinti e non procreare.

Il sempreverde leitmotiv già ribadito è che il presente articolo non intende esprimere giudizi morali sul fatto in sé, quanto piuttosto tracciarne l’eziologia.

L’ipergamia

Per sua natura la femmina tende ad ipergamare.
La Treccani riporta:

Usanza matrimoniale secondo la quale, in una società stratificata, gli appartenenti a un determinato gruppo sociale (classe, casta ecc.) scelgono il coniuge in un gruppo di posizione superiore al proprio.

https://www.treccani.it/enciclopedia/ipergamia/

Ciò avviene perché a differenza dell’uomo, il cui potenziale riproduttivo è teoricamente illimitato, la donna avrà un numero limitato di figli e dovrà pertanto scegliere con cura il proprio partner, poiché questi dovrà provvedere (provider) al sostentamento suo e della sua prole.
La legge dell’attrazione è subdola perché iscritta nel genoma umano. Generazioni di uomini si sono scelti e selezionati in base alle leggi che regolano l’attrazione tra maschi e femmine.

L’emancipazione economica della donna ha rotto questo processo. Oggi le donne sono attratte esclusivamente da uomini dal valore economico ed estetico più elevato del proprio. E’ evidente che, avendo drasticamente accresciuto il proprio valore economico, la donna, che arcaicamente ricerca protezione, troverà insoddisfacente l’uomo medio, ritenendo che gli ordinari meccanismi di ipergamia seguitino a funzionare. Inevitabilmente si scontreranno contro un muro insuperabile: l’intensità di un tratto decresce gaussianamente.

Preferiranno pertanto restare in compagnia di un gatto piuttosto che trascorrere del tempo con un individuo che giudicano poco attraente perché normale.

Ipergamia implica relazioni instabili

Un numero sempre crescente di maschi non riesce a farsi selezionare da una donna.
La seconda causa del declino della natalità è infatti questo: l’uomo non riesce a trovare una donna disponibile all’accoppiamento.

Figura 3, https://it.wikipedia.org/wiki/File:Crude_Birth_Rate_Map_by_Country.svg

Come appare evidente dalla figura, il tasso di denatalità è tendenzialmente più alto nei paesi in cui la donna è meno emancipata finanziariamente.

Social media

Il primo articolo comparso su questo sito web raccontava gli enormi danni relazionali che i social media stanno producendo sulle donne.

Leggi vetuste e anacronistiche

L’uomo è oggi estremamente consapevole del pericolo cui va incontro optando per la vita matrimoniale.
Le sentenze sono estremamente sfavorevoli all’uomo. La donna manterrà la gestione della casa, dovrà ricevere un assegno di mantenimento per sé e per i propri figli. In questo senso la giurisprudenza si spreca. La deriva demografica è complicata anche dalla scarsa fiducia che il maschio ripone nella legge. Se un matrimonio è finito, è finito! Questo principio sacrosanto non deve valere esclusivamente per i femminicidi, ma anche per il trattamento predatorio e anacronistico riservato all’uomo separato. La donna è oggi libera di scegliere se lavorare o meno. Se sceglie di sposarsi e non lavorare, deve farlo a proprio rischio e pericolo.

Conclusioni

In conclusione, le ragioni della denatalità non sono né mediche né economiche.
L’ipergamia, le leggi sulla separazione e l’emancipazione economica femminile hanno prodotto devastanti effetti sulla natalità.



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